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"I nostri ponti hanno un'anima, voi no" Intervista sul sito della Fazi Editore
15 October 2007 @ 11:14
"I nostri ponti hanno un'anima, voi no" Intervista sul sito della Fazi Editore
Sul sito della casa editrice Fazi è stata pubblicata una bella intervista sul mio coinvolgimento al libro "I nostri ponti hanno un'anima, voi no. Lettere ai politici", in uscita in questi giorni. Eccola qui. Fate un salto sul sito www.fazieditore.it per scoprire il resto.
MASSIMILIANO GOVERNI: Quasi un anno fa ormai, quando ti ho proposto di scrivere la lettera, non c'era nemmeno un centesimo di questo dissenso antipolitico. È veggenza questa...
CESARE CREMONINI: Sì, puoi chiamarla veggenza, o semplicemente puoi credere che esista ancora quel filo sottile che unisce il pensiero comune. È un filo tanto sottile da sembrare invisibile, ma c'è. Giorgio Gaber diceva che "libertà è partecipazione", ed è ancora vero, soprattutto oggi. C'è chi dice che l'Italia sia un paese spaccato e diviso. Io non credo a questa cazzata. O meglio, è vero che siamo persone diverse con molti problemi che ci isolano, ma le divisioni aumentano soprattutto quando la politica ostenta le nostre differenze. Quando invece a guidare il nostro pensiero comune sono persone oneste e giuste siamo ancora pronti ad unire le nostre forze, a sacrificarci per la felicità degli altri.
MG: Tu stesso, all’inizio, volevi scriverla al Dalai Lama.
CC: La faccia di Gasparri, mentre cercavo un nome a cui rivolgere il mio pensiero, mi tormentava. Era un incubo, l'espressione del suo viso mi faceva sentire ridicolo, lì davanti al mio computer in cerca di una faccia interessata, pronta a ricevere una mia lettera, anche solo idealmente. Così stavo per scendere ad un compromesso: evitare la politica italiana. Che senso ha scrivere a qualcuno che consideri un buffone? Non sono abituato. Quando scrivo cerco almeno di rivolgermi a chi ha voglia di ascoltarmi. Così quel pomeriggio mi sono messo ad ascoltare Bob Dylan, per distrarmi un po’. Il vecchio Bobby riesce sempre ad aprirmi la valvola.
La mia lettera è ispirata a "Master of war", una canzone straordinaria che ha risvegliato in me la voglia di parlare anche ai muri. Ma la frittata ormai era fatta, dovevo scrivere "ai politici tutti", e lasciare il Dalai Lama al suo destino.
MG: Il sindaco della tua città, non ha accettato le primarie, ma si vuole ricandidare col sostegno dei partiti. Non è proprio correttissimo come atteggiamento. Anche dopo un mandato non ce ne deve essere un secondo d'ufficio, i cittadini devono poter giudicare se il sindaco ha governato bene o male. Secondo te Cofferati finora come ha governato?
CC: Bologna è una città in continua decadenza. Sempre più violenta, sporca e... multata a tradimento! È un dato di fatto. La colpa non è solo del sindaco, è anche nostra. Non credo sia facile fare il sindaco, ma Cofferati non ha risolto fino ad ora uno solo dei problemi di Bologna.
MG: Pasquale Panella diceva che la canzone è piena di piccoli ma ferrei codici, molto morali. La canzone esiste da sempre, e tutti i governi in fondo la tollerano. Perché la tollerano secondo te? Perché è appunto moraleggiante?
CC: Guarda, conosco cantanti che gridano nelle loro canzoni: "Siate vegetariani", per poi ingozzarsi di salame nei bagni di una discoteca. Che paura può fare un artista così ad un governo? Per essere temuti bisogna essere coerenti. Sono pochissime le persone che danno voce alla coerenza. Al giorno d'oggi fa realmente paura gente come Marco Travaglio. L'ho incontrato di recente e ha lo sguardo di chi non conosce la paura.
MG: Cosa pensi del movimento di Beppe Grillo?
CC: Prego la notte perché il suo movimento non si lasci incastrare dalla demagogia perversa che mette in trappola chiunque finisca sui giornali per una "buona azione". Viviamo in un tempo domato dai media, in cui l'Uomo Ragno finirebbe linciato dalla folla poco dopo aver salvato il mondo! Esteticamente quel che sta facendo Beppe Grillo può essere criticabile, ma è molto importante. Provo un certo tipo di imbarazzo però nell'unirmi al coro. Vorrei tanto non essere un cantante in questi momenti. Non me ne frega niente di sentirmi dire "Bravo! Ci sei anche tu!". Ancor meno di sentirmi dire: "Opportunista!". Vorrei soltanto esserci. Quindi per ora appoggio il movimento di Grillo nel più totale anonimato. Se però fai un salto sul mio sito vedi che il mio blog lo cita spesso.
MG: Il movimento della Pantera te lo ricordi? Avevi 10 anni, credo. Personalmente mi faceva simpatia questo movimento che prendeva il nome dal felino che si aggirava in quel periodo nelle campagne laziali e che nessuno riusciva a prendere...
CC: Come no! Vestivano tutti con giacche di pelle scura e andavano in giro con delle moto rumorosissime! No scherzo, in realtà non lo conosco! Mi informerò, il nome mi ricorda il movimento dei Black Phanters, e anche il gruppo dei Pantera.
MG. Qual è il gesto più politico che compi durante la tua giornata?
CC: Fin da piccolo ho sempre amato condividere. Della solitudine della mia stanza non sapevo che farmene, ed è anche per questo che fin da bambino ho sognato di fare il cantante. Uscire da quella stanza ed abbracciare il mondo. Quindi credo sia questo. Cercare sempre e comunque di condividere le esperienze con quanta più gente possibile. Cercare di unire. Se fai il musicista, esiste un gesto politico più bello di un concerto? Ma anche scrivere canzoni
sincere, e come dicevi tu moraleggianti, credo sia un gesto politico in fin dei conti. Aiutare la mia famiglia se in difficoltà, credo sia anche questo un gesto politico. Tradurre e studiare i testi di Bob Dylan lo è?
MG: Personalmente credo che ascoltare Glenn Gould, emozionarsi davanti ai quadri di Caravaggio o Van Gogh, leggere Kafka, Camus, sia un atto etico e politico. L'eccellenza è un gesto politico. Non credi?
CC: Sì lo è. Ma come ti dicevo penso che sia necessario non essere soli in questo gesto. Ecco, forse il gesto più politico al mondo è fare un figlio e crescerlo bene. Donargli un futuro al di là delle difficoltà che si vivono. Educarlo, dargli dei princìpi in cui credere. E poi lasciarlo libero di esistere. Una famiglia che funziona è il microcosmo più democratico in natura. È l'esempio che ci insegna che una democrazia vera è possibile se chi ha il potere non è un pazzo megalomane.
MG: In un paese gerontocratico è il titolo della lettera di Sergio Nazzaro a Giorgio Napolitano. Secondo te bisogna superare lo stato attuale di gerontocrazia in Italia, in politica come in università?
CC: Forse è il dramma più difficile da guarire fra quelli di cui è malata la nostra terra. Uscirne è molto difficile, forse impossibile. L'unica via di scampo al giorno d'oggi sembra quella di fuggire. Via, lontano da qui. Troppi ragazzi di talento spezzano le loro ali per questo. Molto meglio abbandonare il proprio nido e volare via piuttosto che affogare in queste sabbie mobili.
All'estero esistono molte possibilità che ci vengono negate qui.
MG. La tua lettera termina con queste parole: “Ed è l’inizio della vostra fine”...
CC: Si crede che la mia generazione non si interessi di politica. La verità è invece che la rifiutiamo per quella che è. Gli schemi prima o poi crolleranno, niente è per sempre per fortuna. Quel che "loro" non sanno è che non abbiamo paura delle loro smorfie. Quel che loro non sanno è che abbiamo la presunzione di pensare: "Siamo meglio di voi". Quel che loro non sanno è che li abbiamo già condannati.
MASSIMILIANO GOVERNI: Quasi un anno fa ormai, quando ti ho proposto di scrivere la lettera, non c'era nemmeno un centesimo di questo dissenso antipolitico. È veggenza questa...
CESARE CREMONINI: Sì, puoi chiamarla veggenza, o semplicemente puoi credere che esista ancora quel filo sottile che unisce il pensiero comune. È un filo tanto sottile da sembrare invisibile, ma c'è. Giorgio Gaber diceva che "libertà è partecipazione", ed è ancora vero, soprattutto oggi. C'è chi dice che l'Italia sia un paese spaccato e diviso. Io non credo a questa cazzata. O meglio, è vero che siamo persone diverse con molti problemi che ci isolano, ma le divisioni aumentano soprattutto quando la politica ostenta le nostre differenze. Quando invece a guidare il nostro pensiero comune sono persone oneste e giuste siamo ancora pronti ad unire le nostre forze, a sacrificarci per la felicità degli altri.
MG: Tu stesso, all’inizio, volevi scriverla al Dalai Lama.
CC: La faccia di Gasparri, mentre cercavo un nome a cui rivolgere il mio pensiero, mi tormentava. Era un incubo, l'espressione del suo viso mi faceva sentire ridicolo, lì davanti al mio computer in cerca di una faccia interessata, pronta a ricevere una mia lettera, anche solo idealmente. Così stavo per scendere ad un compromesso: evitare la politica italiana. Che senso ha scrivere a qualcuno che consideri un buffone? Non sono abituato. Quando scrivo cerco almeno di rivolgermi a chi ha voglia di ascoltarmi. Così quel pomeriggio mi sono messo ad ascoltare Bob Dylan, per distrarmi un po’. Il vecchio Bobby riesce sempre ad aprirmi la valvola.
La mia lettera è ispirata a "Master of war", una canzone straordinaria che ha risvegliato in me la voglia di parlare anche ai muri. Ma la frittata ormai era fatta, dovevo scrivere "ai politici tutti", e lasciare il Dalai Lama al suo destino.
MG: Il sindaco della tua città, non ha accettato le primarie, ma si vuole ricandidare col sostegno dei partiti. Non è proprio correttissimo come atteggiamento. Anche dopo un mandato non ce ne deve essere un secondo d'ufficio, i cittadini devono poter giudicare se il sindaco ha governato bene o male. Secondo te Cofferati finora come ha governato?
CC: Bologna è una città in continua decadenza. Sempre più violenta, sporca e... multata a tradimento! È un dato di fatto. La colpa non è solo del sindaco, è anche nostra. Non credo sia facile fare il sindaco, ma Cofferati non ha risolto fino ad ora uno solo dei problemi di Bologna.
MG: Pasquale Panella diceva che la canzone è piena di piccoli ma ferrei codici, molto morali. La canzone esiste da sempre, e tutti i governi in fondo la tollerano. Perché la tollerano secondo te? Perché è appunto moraleggiante?
CC: Guarda, conosco cantanti che gridano nelle loro canzoni: "Siate vegetariani", per poi ingozzarsi di salame nei bagni di una discoteca. Che paura può fare un artista così ad un governo? Per essere temuti bisogna essere coerenti. Sono pochissime le persone che danno voce alla coerenza. Al giorno d'oggi fa realmente paura gente come Marco Travaglio. L'ho incontrato di recente e ha lo sguardo di chi non conosce la paura.
MG: Cosa pensi del movimento di Beppe Grillo?
CC: Prego la notte perché il suo movimento non si lasci incastrare dalla demagogia perversa che mette in trappola chiunque finisca sui giornali per una "buona azione". Viviamo in un tempo domato dai media, in cui l'Uomo Ragno finirebbe linciato dalla folla poco dopo aver salvato il mondo! Esteticamente quel che sta facendo Beppe Grillo può essere criticabile, ma è molto importante. Provo un certo tipo di imbarazzo però nell'unirmi al coro. Vorrei tanto non essere un cantante in questi momenti. Non me ne frega niente di sentirmi dire "Bravo! Ci sei anche tu!". Ancor meno di sentirmi dire: "Opportunista!". Vorrei soltanto esserci. Quindi per ora appoggio il movimento di Grillo nel più totale anonimato. Se però fai un salto sul mio sito vedi che il mio blog lo cita spesso.
MG: Il movimento della Pantera te lo ricordi? Avevi 10 anni, credo. Personalmente mi faceva simpatia questo movimento che prendeva il nome dal felino che si aggirava in quel periodo nelle campagne laziali e che nessuno riusciva a prendere...
CC: Come no! Vestivano tutti con giacche di pelle scura e andavano in giro con delle moto rumorosissime! No scherzo, in realtà non lo conosco! Mi informerò, il nome mi ricorda il movimento dei Black Phanters, e anche il gruppo dei Pantera.
MG. Qual è il gesto più politico che compi durante la tua giornata?
CC: Fin da piccolo ho sempre amato condividere. Della solitudine della mia stanza non sapevo che farmene, ed è anche per questo che fin da bambino ho sognato di fare il cantante. Uscire da quella stanza ed abbracciare il mondo. Quindi credo sia questo. Cercare sempre e comunque di condividere le esperienze con quanta più gente possibile. Cercare di unire. Se fai il musicista, esiste un gesto politico più bello di un concerto? Ma anche scrivere canzoni
sincere, e come dicevi tu moraleggianti, credo sia un gesto politico in fin dei conti. Aiutare la mia famiglia se in difficoltà, credo sia anche questo un gesto politico. Tradurre e studiare i testi di Bob Dylan lo è?
MG: Personalmente credo che ascoltare Glenn Gould, emozionarsi davanti ai quadri di Caravaggio o Van Gogh, leggere Kafka, Camus, sia un atto etico e politico. L'eccellenza è un gesto politico. Non credi?
CC: Sì lo è. Ma come ti dicevo penso che sia necessario non essere soli in questo gesto. Ecco, forse il gesto più politico al mondo è fare un figlio e crescerlo bene. Donargli un futuro al di là delle difficoltà che si vivono. Educarlo, dargli dei princìpi in cui credere. E poi lasciarlo libero di esistere. Una famiglia che funziona è il microcosmo più democratico in natura. È l'esempio che ci insegna che una democrazia vera è possibile se chi ha il potere non è un pazzo megalomane.
MG: In un paese gerontocratico è il titolo della lettera di Sergio Nazzaro a Giorgio Napolitano. Secondo te bisogna superare lo stato attuale di gerontocrazia in Italia, in politica come in università?
CC: Forse è il dramma più difficile da guarire fra quelli di cui è malata la nostra terra. Uscirne è molto difficile, forse impossibile. L'unica via di scampo al giorno d'oggi sembra quella di fuggire. Via, lontano da qui. Troppi ragazzi di talento spezzano le loro ali per questo. Molto meglio abbandonare il proprio nido e volare via piuttosto che affogare in queste sabbie mobili.
All'estero esistono molte possibilità che ci vengono negate qui.
MG. La tua lettera termina con queste parole: “Ed è l’inizio della vostra fine”...
CC: Si crede che la mia generazione non si interessi di politica. La verità è invece che la rifiutiamo per quella che è. Gli schemi prima o poi crolleranno, niente è per sempre per fortuna. Quel che "loro" non sanno è che non abbiamo paura delle loro smorfie. Quel che loro non sanno è che abbiamo la presunzione di pensare: "Siamo meglio di voi". Quel che loro non sanno è che li abbiamo già condannati.
