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12 Jan. 2006
11 Jan. 2006
Queen Baby!!
12 January 2006 @ 20:10
Queen Baby!!
E' uscito da pochissimi giorni un libro il cui titolo evoca tempi lontani, ma che parla del presente (bello o brutto che sia).
Il libro in questione si chiama "Killer Queen" e lo ha scritto una giovane musicista genovese. Il suo nome è Paola Siragna.
Paola alcuni mesi fa mi contattò chiedendomi di scrivere la prefazione al suo libro.
Ovviamente ho accettato con entusiasmo (Hey! E' la mia prima prefazione!!!), e devo ammettere che "servire" in qualche modo il nostro "amico" Mercurio era un sogno che avevo da tempo.
(Mamma quanti sogni in questa vita!!)
Ho chiesto a Paola di poter pubblicare sul CèBlog la prefazione che ho scritto per il suo libro..
...eccola qua!
Nel 1994 avevo quattordici anni. Le vacanze estive in quel periodo della mia vita erano noiose, lente e per nulla stimolanti. I miei amici di scuola andavano in gran massa a Riccione, sulla riviera romagnola, e già potevano tirar tardi in giro con il motorino, o addormentarsi al fianco della fanciulla da loro amata neanche tanto segretamente. I miei genitori invece preferivano tenermi con loro, ovunque decidessero di andare, costringendomi a star seduto su un pullman che lentamente attraversava la Francia o i Paesi Bassi. Lo ammetto, durante quei viaggi mi annoiavo a morte. La guida turistica locale parlava al microfono in continuazione. Stare ad ascoltare quella voce dall' opprimente accento straniero, che quando non doveva sfracassarmi le orecchie con le sue informazioni generiche, cercava forzatamente di intrattenere le signore di mezza età e i loro ormai sordi mariti in braghini corti e bratelle, tra cui una entusiasta Carla Cremonini (la mia mamma), con barzellette prive di umorismo, a volte persino "sporche", era troppo anche per un bambino curioso come me. Per mia enorme fortuna l' anno prima il mio babbo mi aveva regalato un oggetto prezioso, il migliore amico di qualsiasi adolescente introverso, l' amante di ogni apprendista musico, il cugino del lettore cd, il nonno del dvd, sto parlando del Walkman. Quell' aggeggio di plastica divenne per alcuni anni di seguito la mia vacanza-b. Altrochè Parigi e le mucche olandesi dagli occhi sempre tristi! Senza quella specie di colonna sonora portatile tutto rischiava di essere dimenticato in fretta e scucito dai miei ricordi. Ma indossate le cuffiette e pigiato il tasto PLAY ecco che...accadeva qualcosa! Una voce imponente, intensa come una scossa elettrica ma avvolgente come miele colava sui miei allora ignari neuroni, nutrendo la mia fantasia.
"I don't want my freedom! There's no reason for living...with a broken heart!"
Ascoltavo a ripetizione l' unica musica che conoscevo e che mi interessava: i QUEEN.
La prima volta che vidi Freddie Mercury avevo 10 anni. 4 estati prima della Francia e delle mucche tristi. Ero a casa di un mio amico e stavamo ballando (anzichè fare i compiti) da soli come due scemi "Thriller" di Michael Jackson, nel salotto pregiato di sua madre. A metà pomeriggio, forse più tardi mi fa: "Guarda questo".
Mi passò fra le mani una fotografia di un uomo in una posizione che rassomigliava a quella di un cigno che apre le ali, che indossava una tutina aderente a scacchi neri e bianchi, aperta sul petto. Ma la cosa che mi colpì maggiormente furono le sue scarpette, (potrei chiamarle pantofole) nere ricoperte di brillantini. "Chi è?" gli chiesi con aria sgranando curiosamente gli occhi. "Freddie Mercury!" mi rispose sicuro di sè e di quel che stava dicendo. "E cosa canta?". Matteo, questo mio amico, non aspettava altro che questa domanda.
Mi convinse a seguirlo in camera sua, e mi fece ascoltare un pezzo, agitandosi come un dannato davanti a me. La canzone si chiamava "I WANT IT ALL".
Fu divertente. La voce di questo cantante e l' assolo del suo chitarrista furono per me qualcosa di nuovo. Avevo sentito tramite amici qualcosa ma non troppo degli AC DC, alcune hit dei GUNS'n'ROSES, avevo visto (coprendomi gli occhi nel caso di Thriller) qualche videoclip di MICHAEL JACKSON, e conoscevo alcuni classici della musica italiana, (il mio preferito era "Sapore di sale") ma niente a 10 anni mi appassionava come le pistole ad acqua, il pallone, la Chiara Adani (la ragazzina della quale ero cotto perso alle medie), il Bologna e i cartoni animati. Tornato a casa la mia vita continuò come sempre, tra lezioni di pianoforte, ripetizioni di matematica e poco altro. Sebbene quella voce...c' era qualcosa di molto attraente in quel timbro vocale, e in quel ritmo. Studiavo già il pianoforte da 4 anni, ma in quel periodo era un obbligo imposto dai miei genitori, e "leggevo" solo e soltanto musica classica. Il destino volle darmi un' altra mano.
"I come from London town I'm just an ordinary gay"
Infatti risentii lo stesso pezzo, "I want it all", pochi giorni dopo, in televisione. Ero in cucina che facevo i compiti, ed ecco di nuovo quella voce magnifica, e quel ritmo trascinante.Chiamai di fretta il mio amico e gli dissi con voce entusiasta che volevo ascoltare altre cose di quel Freddie Mercury. Lui mi disse nuovamente: "Vieni a casa mia."Parlammo tutto il pomeriggio di questo cantante e del suo gruppo, i Queen. Mi disse che aveva i baffi ma che un tempo se li tagliava. Mi disse che aveva scritto molte canzoni, tra cui una che gli piaceva in modo particolare. Me la fece ascoltare. Era "We are the champion". Poi mi fece ascoltare "Don't stop me now". Quei cori..Durante le canzoni questo mio amico continuava ad agitarsi come una anguilla, mentre io invece, un pò imbarazzato, stavo molto attento, mi pareva di aver ascoltato quella voce migliaia di altre volte, e invece era solo la terza. Quella voce mi era in qualche modo familiare, mi pareva di avere un certo feeling con lei, mi toccava sempre più in profondità, ogni volta che la risentivo. E poi quei soli di chitarra perfetti, sembrava la musica scritta apposta per me, per i miei gusti, ancora parecchio acerbi. Devo essere sincero, non avevo uno stereo in casa, e me ne vergogno un pò. I miei genitori non ascoltavano musica. L' unico modo in cui avrei potuto ascoltare di nuovo quella voce era per televisione o da quel mio amico che si agitava tanto. Cosi me ne stavo tutto il giorno incollato davanti al teleschermo in attesa che passasserò quello spot televisivo in cui risuonava per alcuni secondi "I want it all". Quando succedeva scattavo in piedi e alzavo al massimo il volume. 30 secondi brevi, ma vi giuro, molto intensi. Una sera, dopo aver fatto le solite due ore di studio seduto al pianoforte tra noiosissime scale e malinconici preludi, prima di cena, mi sedetti a tavola di fianco a mio padre e mia madre. Stava per finire il telegiornale, e il giornalista elencò le ultime notizie: "E' morto Freddie Mercury, la regina del Rock." Io iniziai ad urlare come un babbuino impazzito "Babbo! E' lui, è lui! è lui!!" Mio padre non fece nessun commento, forse non mi ascoltò neanche, si limitò a guardare il servizio con una coscia di pollo morsicata in mano, e sussurrò sputacchiando a mio madre: "bella voce!". Era il 24 Novembre del 1991, avevo undici anni.
Non soffrii neanche un pò sul momento per la morte di "quel cantante". Per me Freddie non era ancora nè una ragione di vita, nè un amico immaginario, nè un sogno, nè un mito. Tutte emozioni che avrei provato di li a poco per lui. Ma in quell' istante fu importante averlo visto di nuovo. E per giunta davanti ai miei genitori.
E' buffo. A volte nella vita scopri una cosa, e senza che tu lo voglia questa cosa inizia a ripresentarsi continuamente di fronte ai tuoi occhi, come attratta da te. Come se volesse essere notata. Il giorno dopo cominciai a chiedere con insistenza uno stereo come regalo di Natale. Dicembre non tardò ad arrivare, e dentro al pacco regalo quell' anno ricevetti un hi-fi nuovo di zecca, tutto per me. Iniziai quel giorno ad ascoltare la radio, non avendo ancora cassette, nè cd, dei quali a 11 non sapevo nemmeno dell' esistenza.
"It's gonna be tonight, my little school baby!"
Il 27 Marzo del 1992 compii 12 anni e mio padre, questa volta a sorpresa, mi regalò la mia prima cassetta. "Caso" volle che quella cassetta fu Il "Greatest Hits 2" dei Queen. Andai letteralmente giù di testa. Non so spiegare quanto e con che rapidità la mia vita cambiò da quel giorno.
Ma quella voce, quel ritmo, quei suoni, mi accompagnarono da quell' istante per 10 anni precisi, mattino dopo mattino, ora per ora.
Iniziò in quel momento, e mai prima, la mia personale scalata verso i miei sogni. La paghetta che ricevevo la domenica, 30 mila lire divise in tre banconote da 10, che fino a quel momento mi erano servite per comprare Topolino, fare colazione la mattina, comprare qualche gioco in Via S. Stefano, furono settimanalmente esaurite per acquistare qualsiasi cosa avesse a che fare con i Queen. Disco dopo disco. Nota dopo nota. Libro dopo libro. Spartito dopo spartito, per dieci anni tutti i miei interessi e le mie scelte ebbero in qulche modo a che fare con Freddie Mercury e i Queen. E ogni canzone che scoprivo la analizzavo come con la stessa attenzione che avrei dato alla pelle di un' amante, come se fosse un dono prezioso da scartare con cura.
Per me in realtà, non avendolo vissuto in modo realmente cosciente, Freddie non era mai morto veramente. Nel mio cuore neanche adesso a dire il vero. Ma la sua scomparsa mi fu chiara solo qualche anno dopo, quando lessi "I miei anni con Freddie Mercury" di Jim Hutton.
In quel periodo, che ricordo con nostalgia, internet era solo una ipotesi sconosciuta ai più, e tutte le informazioni passavano tramite i libri. Lessi quel libro con particolare attenzione e sentimento perchè lo considero ancora oggi una testimonianza intima e suggestiva sulla vita del nostro eroe.
Piansi a lungo. Freddie divenne in breve tempo un amico immaginario al quale confidavo persino i miei momenti più fragili, le mie sofferenze, la mia solitudine.
Avevo da poco compiuto quindici anni e fu in quel periodo che iniziai a scrivere canzoni, ma più di ogni altra cosa passavo ore ed ore davanti allo specchio a ripetere le movenze e le mosse che "Mr. Bad Guy" faceva sul palco. I concerti di Wembley, Rio, Budapest, Barcellona, Giappone, divennero il mio pane quotidiano.
E condividevo questa mia passione con Gabriele, Matteo e Lorenzo, i miei amici più cari durante i primi anni del liceo. Nel 1995 formai il mio primo gruppo, i Senza Filtro, e nel primo concerto della nostra vita, in Vicolo Bolognetti a Bologna, suonai e cantai "Love of my life" al pianoforte. Scrivere canzoni e creare musica è qualcosa di molto più complesso che scarabocchiare un foglio bianco con qualche rima o qualche accordo alla rinfusa. L' arte è collegata in modo indiscutibile con le emozioni, con i sentimenti. Sono sempre stato innamorato di Freddie, delle sue note e delle sue poesie, perchè erano cariche di sentimenti, perchè era ovvio, nel guardarlo cantare, o semplicemente soffermandosi un secondo sul suo sguardo profondo, che fosse lui stesso un uomo stracolmo di sentimenti ed emozioni. E se si può affermare che queste emozioni erano sempre precise, autentiche, particolari, è chiaro che vennero sempre compensate, a volte con eleganza, a volte con audacia, sempre con maestria da Brian, Roger e John, sia nella scelta degli arrangiamenti, sia nella composizione delle canzoni. Se si elencano le canzoni dei Queen che hanno avuto uno straordinario successo, è incredibile come si noti che non c'è un componente del gruppo che non abbia grandi meriti compositivi al riguardo. Basti pensare a "We will rock you" , "Save me" , scritte da Brian, o alla super hit "Radio ga ga" composta da Roger ,o alle formidabili "Another one bites the dust" e "I want to break free" scritte da John. I Queen di Freddie&soci erano una vera band. Un esempio di gruppo creativo, il cui leader faceva da sacerdote alle loro mastodontiche messe live. Non potevo trovare esempio migliore per dare benzina ai miei desideri.
I live per i Queen erano un impegno nel quale riversavano molte energie. Freddie era solito dire che "un' artista è quello che è stato nel suo ultimo show", e quindi non esiste concerto, presenza, esibizione dei Queen in cui non si respirasse aria di evento, di show. Ho sempre amato il modo in cui i Queen concepivano i loro live. Puro e semplice divertimento, per masse di teste urlanti e unite nell' amore, nella forza che quei suoni, quei ritornelli accattivanti, riuscivano sempre ad evocare.
Per questo i Queen ancora oggi riescono a coinvolgere ed attirare sempre più pubblico, diverso per età e per cultura. Non hanno mai scritto nè suonato musica impegnata, o schierata. Hanno mischiato generi musicali diversi, senza pudore o paura, burlandosi degli schemi. Hanno sempre messo in primo piano nei loro dischi l' esagerazione, la superbia, la loro epicità, il loro amore per il rock'n'roll, ma anche per le ballad romantiche e sofferenti, per i riffs che mai sembravano voler comunicare protesta o rivolta, ma semmai cercavano con la loro sincerità creativa di unire, coinvolgere, esaltare il pubblico quanto loro stessi riuscivano a fare, semplicemente fottendosene o sberleffando, 8a volte imitando), i miti che li avevano preceduti. (Basti pensare alla versione di God Save The Queen che Jimi Hendrix aveva suonato polemicamente a Woodstock e confrontarla a quella autoironica e "corretta" che chiude "A night at the opera"). E credo che sia per questo che la critica non è mai stata troppo benevola con loro, almeno fino alla morte della Regina del Rock. Ma le difficoltà incontrate dai Queen a mio avviso non furono causate soltanto dalla stampa poco lungimirante. I Queen sono sempre stati in qualche modo demodè. Non erano oggettivamente belli, (anche se io considero Freddie un sexsimbol inarrivabile), ed erano personalità totalmente diverse unite in una stessa band. Un frontman che amava il travestimento, la teatralità, il cui imperativo era stupire ed intrattenere, con una voce superba e che scriveva classici rock al pianoforte, un chitarrista gentile ed educato, ma dal suono unico e graffiante, con un cespuglio enorme di capelli in testa, che amava l' hard rock e...la Guinnes, un batterista biondo dal tiro micidiale che cantava con voce roca ma toccando note altissime canzoni puramente sue, un bassista sfuggente e capelluto davvero molto malleabile, dai capelli lunghi e cotonati. Ma unendo le loro forze hanno dato vita ad una della più emblematiche espressioni musicali del secolo, a canzoni tra le più conosciute della storia del rock. Bohemian Rapsody è un esempio palese in cui questa strana alchimia diventa arte.
"Is this the real life, is this just fantasy?"
Ero seduto sul tavolo del salotto di casa mia, e stavo cercando qualche parola latina da tradurre con il vocabolario. Come spesso succedeva, venivo distratto dal mio pensiero più ricorrente, i Queen. Presi quel favoloso libro che contiene tutti i testi dei 4 e mi misi le cuffie. Volevo ascoltare Bohemian Rapsody leggendo il testo.
Mi strappò qualche sorriso, e qualche lacrima. Mi immersi a tal punto nella canzone che quando tempo dopo ebbi l' occasione di vedere il videoclip, non fui per nulla colpito. Era esattamente cosi che immaginavo la scena. Buio, luce sui volti, sguardo verso un cielo notturno e via! L' immagine dei Queen uno vicino all' altro che cantano l' introduzione di Bohemian Rapsody è entrata a buon diritto fra le immagini più suggestive della storia della musica.
E altrettanto notevole è il fatto che i Queen nel loro essere diversi e sempre (in senso buono) commerciali, siano riusciti ad essere esempio di coerenza. Basti pensare al titolo del loro disco manifesto: A night at the opera, citazione dell’omonimo film dei fratelli Marx, esprime a parole l’idea fondamentale dell’opera, che cerca di rappresentare una ideale colonna sonora di una serata di...intrattenimento "leggero". Se la musica da camera e sinfonica rimasero sempre attrazioni per le classi ricche, l’Opera fu invece un genere di rappresentazione di umilissime origini, e anche nel periodo del suo massimo splendore attirava a teatro persone di estrazione sociale diversissima, un pò come i Queen. Questo modo di concepire la musica e la creatività, mi è stato di grande insegnamento, la quantità di canzoni pubblicate nei loro album una infinita fonte di ispirazione, la mescolanza di generi musicali e culturali una grande scuola artistica, l' ironia e la parodia presenti nei loro brani e nei loro testi, l' unire il tragico e il comico, il grande e il piccolo, il possibile e l' impossibile, l' illusionone e la disillusione, il sacro ed il profano, che rappresentano in parole povere la traccia della loro poetica, mi hanno trasmesso la convinzione che i sogni si possono realizzare, che tutto è possibile e magnifico, se si siede sopra un palco e se si recita una parte. E di questo ringrazio Freddie, Brian, Roger e John. La marcia della regina continua grazie a chi li ha amati e ascoltati, a chi scrive ancora di loro, del loro percorso che (forse purtroppo?) nonostante l' assenza di un leader carismatico come Freddie Mercury continua. Io, lo ammetto, sono e rimango fermo ai miei 15 anni, in cui la voce e il suono di una band hanno conquistato e, volendo esagerare, reso migliore un ragazzo qualunque.
Cesare Cremonini
Il libro in questione si chiama "Killer Queen" e lo ha scritto una giovane musicista genovese. Il suo nome è Paola Siragna.
Paola alcuni mesi fa mi contattò chiedendomi di scrivere la prefazione al suo libro.
Ovviamente ho accettato con entusiasmo (Hey! E' la mia prima prefazione!!!), e devo ammettere che "servire" in qualche modo il nostro "amico" Mercurio era un sogno che avevo da tempo.
(Mamma quanti sogni in questa vita!!)
Ho chiesto a Paola di poter pubblicare sul CèBlog la prefazione che ho scritto per il suo libro..
...eccola qua!
Nel 1994 avevo quattordici anni. Le vacanze estive in quel periodo della mia vita erano noiose, lente e per nulla stimolanti. I miei amici di scuola andavano in gran massa a Riccione, sulla riviera romagnola, e già potevano tirar tardi in giro con il motorino, o addormentarsi al fianco della fanciulla da loro amata neanche tanto segretamente. I miei genitori invece preferivano tenermi con loro, ovunque decidessero di andare, costringendomi a star seduto su un pullman che lentamente attraversava la Francia o i Paesi Bassi. Lo ammetto, durante quei viaggi mi annoiavo a morte. La guida turistica locale parlava al microfono in continuazione. Stare ad ascoltare quella voce dall' opprimente accento straniero, che quando non doveva sfracassarmi le orecchie con le sue informazioni generiche, cercava forzatamente di intrattenere le signore di mezza età e i loro ormai sordi mariti in braghini corti e bratelle, tra cui una entusiasta Carla Cremonini (la mia mamma), con barzellette prive di umorismo, a volte persino "sporche", era troppo anche per un bambino curioso come me. Per mia enorme fortuna l' anno prima il mio babbo mi aveva regalato un oggetto prezioso, il migliore amico di qualsiasi adolescente introverso, l' amante di ogni apprendista musico, il cugino del lettore cd, il nonno del dvd, sto parlando del Walkman. Quell' aggeggio di plastica divenne per alcuni anni di seguito la mia vacanza-b. Altrochè Parigi e le mucche olandesi dagli occhi sempre tristi! Senza quella specie di colonna sonora portatile tutto rischiava di essere dimenticato in fretta e scucito dai miei ricordi. Ma indossate le cuffiette e pigiato il tasto PLAY ecco che...accadeva qualcosa! Una voce imponente, intensa come una scossa elettrica ma avvolgente come miele colava sui miei allora ignari neuroni, nutrendo la mia fantasia.
"I don't want my freedom! There's no reason for living...with a broken heart!"
Ascoltavo a ripetizione l' unica musica che conoscevo e che mi interessava: i QUEEN.
La prima volta che vidi Freddie Mercury avevo 10 anni. 4 estati prima della Francia e delle mucche tristi. Ero a casa di un mio amico e stavamo ballando (anzichè fare i compiti) da soli come due scemi "Thriller" di Michael Jackson, nel salotto pregiato di sua madre. A metà pomeriggio, forse più tardi mi fa: "Guarda questo".
Mi passò fra le mani una fotografia di un uomo in una posizione che rassomigliava a quella di un cigno che apre le ali, che indossava una tutina aderente a scacchi neri e bianchi, aperta sul petto. Ma la cosa che mi colpì maggiormente furono le sue scarpette, (potrei chiamarle pantofole) nere ricoperte di brillantini. "Chi è?" gli chiesi con aria sgranando curiosamente gli occhi. "Freddie Mercury!" mi rispose sicuro di sè e di quel che stava dicendo. "E cosa canta?". Matteo, questo mio amico, non aspettava altro che questa domanda.
Mi convinse a seguirlo in camera sua, e mi fece ascoltare un pezzo, agitandosi come un dannato davanti a me. La canzone si chiamava "I WANT IT ALL".
Fu divertente. La voce di questo cantante e l' assolo del suo chitarrista furono per me qualcosa di nuovo. Avevo sentito tramite amici qualcosa ma non troppo degli AC DC, alcune hit dei GUNS'n'ROSES, avevo visto (coprendomi gli occhi nel caso di Thriller) qualche videoclip di MICHAEL JACKSON, e conoscevo alcuni classici della musica italiana, (il mio preferito era "Sapore di sale") ma niente a 10 anni mi appassionava come le pistole ad acqua, il pallone, la Chiara Adani (la ragazzina della quale ero cotto perso alle medie), il Bologna e i cartoni animati. Tornato a casa la mia vita continuò come sempre, tra lezioni di pianoforte, ripetizioni di matematica e poco altro. Sebbene quella voce...c' era qualcosa di molto attraente in quel timbro vocale, e in quel ritmo. Studiavo già il pianoforte da 4 anni, ma in quel periodo era un obbligo imposto dai miei genitori, e "leggevo" solo e soltanto musica classica. Il destino volle darmi un' altra mano.
"I come from London town I'm just an ordinary gay"
Infatti risentii lo stesso pezzo, "I want it all", pochi giorni dopo, in televisione. Ero in cucina che facevo i compiti, ed ecco di nuovo quella voce magnifica, e quel ritmo trascinante.Chiamai di fretta il mio amico e gli dissi con voce entusiasta che volevo ascoltare altre cose di quel Freddie Mercury. Lui mi disse nuovamente: "Vieni a casa mia."Parlammo tutto il pomeriggio di questo cantante e del suo gruppo, i Queen. Mi disse che aveva i baffi ma che un tempo se li tagliava. Mi disse che aveva scritto molte canzoni, tra cui una che gli piaceva in modo particolare. Me la fece ascoltare. Era "We are the champion". Poi mi fece ascoltare "Don't stop me now". Quei cori..Durante le canzoni questo mio amico continuava ad agitarsi come una anguilla, mentre io invece, un pò imbarazzato, stavo molto attento, mi pareva di aver ascoltato quella voce migliaia di altre volte, e invece era solo la terza. Quella voce mi era in qualche modo familiare, mi pareva di avere un certo feeling con lei, mi toccava sempre più in profondità, ogni volta che la risentivo. E poi quei soli di chitarra perfetti, sembrava la musica scritta apposta per me, per i miei gusti, ancora parecchio acerbi. Devo essere sincero, non avevo uno stereo in casa, e me ne vergogno un pò. I miei genitori non ascoltavano musica. L' unico modo in cui avrei potuto ascoltare di nuovo quella voce era per televisione o da quel mio amico che si agitava tanto. Cosi me ne stavo tutto il giorno incollato davanti al teleschermo in attesa che passasserò quello spot televisivo in cui risuonava per alcuni secondi "I want it all". Quando succedeva scattavo in piedi e alzavo al massimo il volume. 30 secondi brevi, ma vi giuro, molto intensi. Una sera, dopo aver fatto le solite due ore di studio seduto al pianoforte tra noiosissime scale e malinconici preludi, prima di cena, mi sedetti a tavola di fianco a mio padre e mia madre. Stava per finire il telegiornale, e il giornalista elencò le ultime notizie: "E' morto Freddie Mercury, la regina del Rock." Io iniziai ad urlare come un babbuino impazzito "Babbo! E' lui, è lui! è lui!!" Mio padre non fece nessun commento, forse non mi ascoltò neanche, si limitò a guardare il servizio con una coscia di pollo morsicata in mano, e sussurrò sputacchiando a mio madre: "bella voce!". Era il 24 Novembre del 1991, avevo undici anni.
Non soffrii neanche un pò sul momento per la morte di "quel cantante". Per me Freddie non era ancora nè una ragione di vita, nè un amico immaginario, nè un sogno, nè un mito. Tutte emozioni che avrei provato di li a poco per lui. Ma in quell' istante fu importante averlo visto di nuovo. E per giunta davanti ai miei genitori.
E' buffo. A volte nella vita scopri una cosa, e senza che tu lo voglia questa cosa inizia a ripresentarsi continuamente di fronte ai tuoi occhi, come attratta da te. Come se volesse essere notata. Il giorno dopo cominciai a chiedere con insistenza uno stereo come regalo di Natale. Dicembre non tardò ad arrivare, e dentro al pacco regalo quell' anno ricevetti un hi-fi nuovo di zecca, tutto per me. Iniziai quel giorno ad ascoltare la radio, non avendo ancora cassette, nè cd, dei quali a 11 non sapevo nemmeno dell' esistenza.
"It's gonna be tonight, my little school baby!"
Il 27 Marzo del 1992 compii 12 anni e mio padre, questa volta a sorpresa, mi regalò la mia prima cassetta. "Caso" volle che quella cassetta fu Il "Greatest Hits 2" dei Queen. Andai letteralmente giù di testa. Non so spiegare quanto e con che rapidità la mia vita cambiò da quel giorno.
Ma quella voce, quel ritmo, quei suoni, mi accompagnarono da quell' istante per 10 anni precisi, mattino dopo mattino, ora per ora.
Iniziò in quel momento, e mai prima, la mia personale scalata verso i miei sogni. La paghetta che ricevevo la domenica, 30 mila lire divise in tre banconote da 10, che fino a quel momento mi erano servite per comprare Topolino, fare colazione la mattina, comprare qualche gioco in Via S. Stefano, furono settimanalmente esaurite per acquistare qualsiasi cosa avesse a che fare con i Queen. Disco dopo disco. Nota dopo nota. Libro dopo libro. Spartito dopo spartito, per dieci anni tutti i miei interessi e le mie scelte ebbero in qulche modo a che fare con Freddie Mercury e i Queen. E ogni canzone che scoprivo la analizzavo come con la stessa attenzione che avrei dato alla pelle di un' amante, come se fosse un dono prezioso da scartare con cura.
Per me in realtà, non avendolo vissuto in modo realmente cosciente, Freddie non era mai morto veramente. Nel mio cuore neanche adesso a dire il vero. Ma la sua scomparsa mi fu chiara solo qualche anno dopo, quando lessi "I miei anni con Freddie Mercury" di Jim Hutton.
In quel periodo, che ricordo con nostalgia, internet era solo una ipotesi sconosciuta ai più, e tutte le informazioni passavano tramite i libri. Lessi quel libro con particolare attenzione e sentimento perchè lo considero ancora oggi una testimonianza intima e suggestiva sulla vita del nostro eroe.
Piansi a lungo. Freddie divenne in breve tempo un amico immaginario al quale confidavo persino i miei momenti più fragili, le mie sofferenze, la mia solitudine.
Avevo da poco compiuto quindici anni e fu in quel periodo che iniziai a scrivere canzoni, ma più di ogni altra cosa passavo ore ed ore davanti allo specchio a ripetere le movenze e le mosse che "Mr. Bad Guy" faceva sul palco. I concerti di Wembley, Rio, Budapest, Barcellona, Giappone, divennero il mio pane quotidiano.
E condividevo questa mia passione con Gabriele, Matteo e Lorenzo, i miei amici più cari durante i primi anni del liceo. Nel 1995 formai il mio primo gruppo, i Senza Filtro, e nel primo concerto della nostra vita, in Vicolo Bolognetti a Bologna, suonai e cantai "Love of my life" al pianoforte. Scrivere canzoni e creare musica è qualcosa di molto più complesso che scarabocchiare un foglio bianco con qualche rima o qualche accordo alla rinfusa. L' arte è collegata in modo indiscutibile con le emozioni, con i sentimenti. Sono sempre stato innamorato di Freddie, delle sue note e delle sue poesie, perchè erano cariche di sentimenti, perchè era ovvio, nel guardarlo cantare, o semplicemente soffermandosi un secondo sul suo sguardo profondo, che fosse lui stesso un uomo stracolmo di sentimenti ed emozioni. E se si può affermare che queste emozioni erano sempre precise, autentiche, particolari, è chiaro che vennero sempre compensate, a volte con eleganza, a volte con audacia, sempre con maestria da Brian, Roger e John, sia nella scelta degli arrangiamenti, sia nella composizione delle canzoni. Se si elencano le canzoni dei Queen che hanno avuto uno straordinario successo, è incredibile come si noti che non c'è un componente del gruppo che non abbia grandi meriti compositivi al riguardo. Basti pensare a "We will rock you" , "Save me" , scritte da Brian, o alla super hit "Radio ga ga" composta da Roger ,o alle formidabili "Another one bites the dust" e "I want to break free" scritte da John. I Queen di Freddie&soci erano una vera band. Un esempio di gruppo creativo, il cui leader faceva da sacerdote alle loro mastodontiche messe live. Non potevo trovare esempio migliore per dare benzina ai miei desideri.
I live per i Queen erano un impegno nel quale riversavano molte energie. Freddie era solito dire che "un' artista è quello che è stato nel suo ultimo show", e quindi non esiste concerto, presenza, esibizione dei Queen in cui non si respirasse aria di evento, di show. Ho sempre amato il modo in cui i Queen concepivano i loro live. Puro e semplice divertimento, per masse di teste urlanti e unite nell' amore, nella forza che quei suoni, quei ritornelli accattivanti, riuscivano sempre ad evocare.
Per questo i Queen ancora oggi riescono a coinvolgere ed attirare sempre più pubblico, diverso per età e per cultura. Non hanno mai scritto nè suonato musica impegnata, o schierata. Hanno mischiato generi musicali diversi, senza pudore o paura, burlandosi degli schemi. Hanno sempre messo in primo piano nei loro dischi l' esagerazione, la superbia, la loro epicità, il loro amore per il rock'n'roll, ma anche per le ballad romantiche e sofferenti, per i riffs che mai sembravano voler comunicare protesta o rivolta, ma semmai cercavano con la loro sincerità creativa di unire, coinvolgere, esaltare il pubblico quanto loro stessi riuscivano a fare, semplicemente fottendosene o sberleffando, 8a volte imitando), i miti che li avevano preceduti. (Basti pensare alla versione di God Save The Queen che Jimi Hendrix aveva suonato polemicamente a Woodstock e confrontarla a quella autoironica e "corretta" che chiude "A night at the opera"). E credo che sia per questo che la critica non è mai stata troppo benevola con loro, almeno fino alla morte della Regina del Rock. Ma le difficoltà incontrate dai Queen a mio avviso non furono causate soltanto dalla stampa poco lungimirante. I Queen sono sempre stati in qualche modo demodè. Non erano oggettivamente belli, (anche se io considero Freddie un sexsimbol inarrivabile), ed erano personalità totalmente diverse unite in una stessa band. Un frontman che amava il travestimento, la teatralità, il cui imperativo era stupire ed intrattenere, con una voce superba e che scriveva classici rock al pianoforte, un chitarrista gentile ed educato, ma dal suono unico e graffiante, con un cespuglio enorme di capelli in testa, che amava l' hard rock e...la Guinnes, un batterista biondo dal tiro micidiale che cantava con voce roca ma toccando note altissime canzoni puramente sue, un bassista sfuggente e capelluto davvero molto malleabile, dai capelli lunghi e cotonati. Ma unendo le loro forze hanno dato vita ad una della più emblematiche espressioni musicali del secolo, a canzoni tra le più conosciute della storia del rock. Bohemian Rapsody è un esempio palese in cui questa strana alchimia diventa arte.
"Is this the real life, is this just fantasy?"
Ero seduto sul tavolo del salotto di casa mia, e stavo cercando qualche parola latina da tradurre con il vocabolario. Come spesso succedeva, venivo distratto dal mio pensiero più ricorrente, i Queen. Presi quel favoloso libro che contiene tutti i testi dei 4 e mi misi le cuffie. Volevo ascoltare Bohemian Rapsody leggendo il testo.
Mi strappò qualche sorriso, e qualche lacrima. Mi immersi a tal punto nella canzone che quando tempo dopo ebbi l' occasione di vedere il videoclip, non fui per nulla colpito. Era esattamente cosi che immaginavo la scena. Buio, luce sui volti, sguardo verso un cielo notturno e via! L' immagine dei Queen uno vicino all' altro che cantano l' introduzione di Bohemian Rapsody è entrata a buon diritto fra le immagini più suggestive della storia della musica.
E altrettanto notevole è il fatto che i Queen nel loro essere diversi e sempre (in senso buono) commerciali, siano riusciti ad essere esempio di coerenza. Basti pensare al titolo del loro disco manifesto: A night at the opera, citazione dell’omonimo film dei fratelli Marx, esprime a parole l’idea fondamentale dell’opera, che cerca di rappresentare una ideale colonna sonora di una serata di...intrattenimento "leggero". Se la musica da camera e sinfonica rimasero sempre attrazioni per le classi ricche, l’Opera fu invece un genere di rappresentazione di umilissime origini, e anche nel periodo del suo massimo splendore attirava a teatro persone di estrazione sociale diversissima, un pò come i Queen. Questo modo di concepire la musica e la creatività, mi è stato di grande insegnamento, la quantità di canzoni pubblicate nei loro album una infinita fonte di ispirazione, la mescolanza di generi musicali e culturali una grande scuola artistica, l' ironia e la parodia presenti nei loro brani e nei loro testi, l' unire il tragico e il comico, il grande e il piccolo, il possibile e l' impossibile, l' illusionone e la disillusione, il sacro ed il profano, che rappresentano in parole povere la traccia della loro poetica, mi hanno trasmesso la convinzione che i sogni si possono realizzare, che tutto è possibile e magnifico, se si siede sopra un palco e se si recita una parte. E di questo ringrazio Freddie, Brian, Roger e John. La marcia della regina continua grazie a chi li ha amati e ascoltati, a chi scrive ancora di loro, del loro percorso che (forse purtroppo?) nonostante l' assenza di un leader carismatico come Freddie Mercury continua. Io, lo ammetto, sono e rimango fermo ai miei 15 anni, in cui la voce e il suono di una band hanno conquistato e, volendo esagerare, reso migliore un ragazzo qualunque.
Cesare Cremonini
