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New York!
17 January 2006 @ 12:37
New York!
New York.
Fa cosi freddo che la spruzzata di neve che la notte scorsa aveva imbiancato tetti e marciapiedi di 3 centimetri di neve fresca, si è tramutata in ghiaccio, e ad ogni metro percorso a piedi, col rischio di gelarti le mani, si odono grida di dolore provenienti da signore e signori di mezza età che ci scivolano sopra perdendo l'equilibrio ma non la dignità.
E' sempre adorabile starsene col muso all'insù ad ammirare la bellezza di certi palazzi della City. E oggi il vento tira cosi forte che è riuscito a spazzare via in un baleno lo smog e le nuvole che mi avevano accolto al mio arrivo.
C'è un'aria cosi pulita che i polmoni hanno più volte chiesto al cervello se non ci trovassimo a Madonna di Campiglio.
La colazione di questa mattina, in un ristorante francese arredato con classe, ha dato forze ed energie alle mie gambe, pronte a quei chilometri che irrimediabilmente si devono percorrere se vuoi davvero girare per i quartieri della Grande Mela senza un finestrino appannato a offuscarti la vista.
Peccato che Walter non ci sia, si sarebbe divertito, ma ha preferito rimanere a Bologna per mettersi avanti sul montaggio del video e su alcuni progetti paralleli, va beh, ci torneremo insieme.
Ogni volta che atterro negli U.S.A. vengo colto da uno strano dubbio, che ha il fascino di un limone colto acerbo, il dubbio di chi ama ed odia sempre tutto, non so voi, ma ciò che più amo è anche ciò che sempre mi fa più soffrire, che più mi destabilizza, e mi riempie il cervello di domande. E New York, che lasciai due anni fa in preda ad una crisi di pianto causata dalla fine di un amore, la città cioè che più di ogni altra al mondo mi ha riposizionato dove in quel momento volevo stare (all'asilo nido per intenderci), la città che mi ha rispedito a casa con la coda fra le gambe, dopo ben 9000 km attraverso l'Argentina, che non sono bastati a farmi Uomo, era un ricordo doloroso ma che aveva a che fare con il mio Cuore.
In questa città scrissi l'inedita (ma già suonata nel recente Tour con la Telefilmonic Orchestra) "Dev'essere cosi".
Ricordo che la scrissi in hotel, a notte fondissima, dopo aver visto il mio film preferito di sempre: "8 e mezzo", di Fellini.
"Si, dev'essere cosi, che tutto quel che abbiamo è un cuore
altrimenti non saresti qui..."
E ancora una volta, dopo aver vagabondato in giro a nervi tesi per il freddo, ed essermi rifugiato in un piccolo locale ben illuminato sulla Quinta, ho pensato, inevitabilmente, la stessa cosa.
Io sono un cuore.
New York mi mette sempre un dubbio, che nasce dall'impossibilità di comprendere, ogni volta, chi sia, l'uomo che vive a New York. E inevitabilmente, questa domanda senza risposta, mi porta davanti ad uno specchio. E la cosa bella, è che davanti a quello specchio, soprattutto a New York, mi vedo meglio.
In effetti questo è l' effetto che fanno quasi tutti i viaggi a quasi tutti gli esseri umani, ma New York è un pò come quei viaggi psichedelici che ti evidenziano uno stato d'animo: se sei felice, sa renderti entusiasta, se stai cercando Qualcosa che non trovi, sa farti sentire ancora più forte la Sua mancanza.
"Tutti cercano una soluzione, e gridano, sperando nell'arrivo di un dottore,
ma dentro a quelle pillole, risposte non ce n'è, non ti ho insegnato niente quando stavi insieme a me?"
Poco tempo fa in una puntata dei Simpson ho riso di gusto di fronte ad una critica (giusta a mio parere) che gli autori delle avventure della famiglia "in giallo" hanno evidenziato.
Bart stava guardando la televisione e al telegiornale lanciavano un servizio: "L'ultima moda: sprecare cibo!", e si vedevano persone sorridenti che gettavano nella spazzatura tacchini, frutta, pasta, verdura..."
Uno spasso per i miei occhi.
Io adoro quel cartone, (anche se preferisco South Park).
Questo per dirvi che gli stessi americani sono stati e sono i critici più severi nei confronti di loro stessi.
In effetti New York è un ristorante aperto 24 ore su 24 (come un cantautore), e allo stesso modo di un cantautore che consuma se stesso in cerca di vita, senza mai trovarla, perchè la vita è dentro di noi, quasi mai la fuori, allo stesso modo mi è sempre parso che New York consumi se stessa ed i suoi abitanti in cerca di qualcosa.
Ma se per un cantautore la benzina è dentro di sè, per New york la benzina è davvero nella quantità di luci che si accendono, nel numero di taxi che la popolano, nel numero di pizze ordinate, nel numero di carni macellate, nel numero di bambini felici a Natale. Insomma, il consumismo regna, ed è più o meno ben accetto da queste parti.
Questo fa si che New York sia ancora la "grande occasione" per tante persone. Una mia amica avvocato, che vive qui da un anno, proprio ieri sera è stata accettata ad un provino per fare la ballerina durante un tour di un sassofonista americano che con i suoi concerti attraverserà tutti gli U.S.A. fino al Giappone. La sua faccia era cosi felice mentre ne parlava! Si licenzia domani!
Qualche genitore forse storcerà il naso, ma questa è la riprova che dove bisogna "darsi da fare" per vivere le occasioni sono di più, la gente si da una mano (per carità, niente si da per niente, ne qui ne altrove), ma si ha la sensazione che per esistere a New York devi buttarti, giocare con lei, sfruttarla e (inevitabilmente) farti sfruttare.
No, la parola sfruttare non piace neanche a me. Ma non vorrei che ci nascondessimo dietro ad un dito.
Io preferisco di gran lunga l'Europa, la sua (e mia e nostra) Storia, i suoi tempi, la sua umanità, ma la verità è che in Europa, (soprattutto chi?) abbiamo sempre avuto il mito dell'America, senza averne però alcuni degli ideali che l'hanno formata. Mi correggo, forse alcuni di questi ideali sono andati lentamente smarriti durante/dopo le grandi abbuffate che hanno caratterizzato in parte alcuni dei decenni passati.
La differenza tra un film d'azione natalizio che approda nei nostri grandi schermi, e la realtà della strada qui a New York non è molta. I colori sono gli stessi. I suoni e d i rumori, idem.
Esci da un ristorante e ti senti coinvolto in un film drammatico che affronta realtà sociali in difficoltà, fai duecento metri e al passaggio di un cane con le Adidas alle zampe (GIURO!!) non puoi fare a meno di sorridere e ti catapulti in una commedia sentimentale da prima visione su Italia Uno. Guardi in cielo e ti riimmergi nelle terrificanti immagini dell'11 Settembre. Sali in camera e le migliaia di finestre accese e stracolme di uffici, computer, sedie, tavolini, fermacarte, ti fa venire in mente quei telefilm moderni in cui furbi autori ironizzano sulla vita stressante di chi lavora in ufficio. Se il tuo sguardo atterra sul ponte di Brooklyn vieni colto da un'improvvisa dipendenza da Woody Allen.
Israeliani che ti tagliano i capelli, ispanici e Italiani che ti servono da bere, ebrei che vendono camere digitali o vestiti firmati, Irlandesi, polacchi, indiani, russi, africani, ognuno ha un suo posto, e ognuno ha una dignità (a prima vista). Quella dignità che permette alla macchina di stare in moto. Quella stessa dignità che rende la città terribile, ma accogliente, grande, immensa, ma anche Tua.
E i vantaggi per un musicista come me sono evidenti. Un solo esempio: accendi la radio e la scelta è infinita.
Questo è il testo di una canzone di Bob Dylan, uno dei miei più grandi idoli, in cui si respirano le atmosfere che forse sono un po' lontane da quelle che posso respirare io, ospite dell'Hotel Hilton. Ma l'ultima volta che sono stato qui ho vissuto in un piccolo monolocale in affitto nell'East Village (dove ho finito "dev'essere cosi"), in cerca di queste parole, che mi hanno senza dubbio "segnato", perchè le canzoni di Bob Dylan, sembrano sogni, ma sono reali come il freddo che le avvolge.
Io a New York respiro Dylan. E con questo so di sminuirla, per quante anime artistiche abbia ospitato in passato e per quanti creativi e artisti di ogni genere ospiti anche adesso.
La canzone si chiama VISION OF JOHANNA
Ain't it just like the night to play tricks when you're tryin' to be so quiet ?
We sit here stranded, though we're all doin our best to deny it
And Louise holds a handfull of rain, tempting you to defy it
Lights flicker from the opposite loft
In this room the heat pipes just cough
The country music station plays soft
But there's nothing really nothing to turn of
Just Louise and her lover so entwined
And these visions of Johanna that conquer my mind.
In the empty lot where the ladies play blindman's bluff with the key chain
And the all-night girls they whisper of escapades out on the D-train
We can hear the night watcman click his flashlight
Ask himself if it's him or them that's really insane
Louise she's all right she's just near
She's delicate and seems like the mirror
But she just makes it all too concise and too clear
That Johanna's not here
The ghost of electricity howls in the bones of her face
Where these visions of Johanna have now taken my place.
Now, little boy lost, he takes himself so seriously
He brags of his misery, he likes to live dangerously
And when bringing her name up
He speaks of a farewell kiss to me
He's sure got a lotta gall to be so useless and all
Muttering small talk at the wall while I'm in the hall
Oh, how can I explain ?
It's so hard to get on
And these visions of Johanna they kept me up past the dawn.
Inside the museums, Infinity goes up on trial
Voices echo this is what salvation must be like after a while
But Mona Lisa musta had the highway blues
You can tell by the way she smiles
See the primitive wallflower freeze
When the jelly-faced women all sneeze
Hear the one with the mustache say, "Jeeze
I can't find my knees"
Oh, jewels and binoculars hang from the head of the mule
But these visions of Johanna, they make it all seem so cruel.
The peddler now speaks to the countess who's pretending to care for him
Saying, "Name me someone that's not a parasite and I'll go out and say a prayer for him"
But like Louise always says
"Ya can't look at much, can ya man "
As she, herself prepares for him
And Madonna, she still has not showed
We see this empty cage now corrode
Where her cape of the stage once had flowed
The fiddler, he now steps to the road
He writes ev'rything's been returned which was owed
On the back of the fish truck that loads
While my conscience explodes
The harmonicas play the skeleton keys and the rain
And these visions of Johanna are now all that remain.
La traduzione recita:
E' questa la notte per far scherzi quando provi a restartene lì, tranquillamente?
Ce ne stiamo qui seduti ed arenati sebbene tutti cerchiamo di fare del nostro meglio per negarlo
E Louise tiene un pugno di pioggia (1), e ti tenta alla sfida
Luci brillano debolmente dall'appartamento di fronte
In questa stanza i termosifoni tossiscono
La radio di musica country suona dolcemente
Ma non c'è nulla, veramente nulla da spegnere
C'è solo Louise assieme al suo innamorato, così intrecciati
e queste visioni di Johanna che conquistano la mia mente
Nel terreno vuoto dove le signore giocano a moscacieca con catene di chiavi
E le ragazze della notte sussurrano di fughe su treni della linea "D"
Possiamo sentire il guardiano notturno accendere la sua torcia elettrica
e chiedersi se è lui o loro ad esser pazzi
Louise sta bene, è lì vicina
Delicata come uno specchio
Ma la fa troppo breve e troppo facile
che Johanna non è qui
Il fantasma dell'elettricità urla nelle ossa del suo viso
Dove queste visioni di Johanna ora hanno preso il mio posto
Adesso il bimbo sperduto si prende troppo sul serio
Si vanta della sua povertà, gli piace vivere pericolosamente
e quando fa il nome di lei
parla di un bacio d'addio per me
Ha davvero una faccia tosta ad essere così inutile
Bofonchia del più e del meno al muro mentre io sono nella sala
Come posso spiegare?
Oh, è così difficile andare avanti
E queste visioni di Johanna mi tengono sveglio oltre l'alba
Nei musei l'Infinito viene giudicato
Eco di voci che dicono che questa deve in qualche modo essere la salvezza
Ma Monna Lisa deve avere il "blues dell'autostrada" (2)
lo si capisce dal modo in cui sorride
Guardo la primitiva violacciocca ghiacciare
mentre le donne dalla faccia di gelatina starnutiscono
Quello coi baffi dice "Dio mio non trovo più le ginocchia"
Oh, gioielli e binocoli pendono dalla testa del mulo
Ma queste visioni di Johanna rendono tutto così crudele
Ora il venditore ambulante parla alla contessa che fa finta di ascoltarlo
Dice: "Fammi il nome di qualcuno che non sia un parassita ed andrò a dire una preghiera per lui
Ma come dice sempre Louise "Non sei un buon osservatore, vero ragazzo?"
E lei, proprio lei, si prepara per lui
E Madonna, non si vede ancora
Guardiamo questa gabbia vuota che ora si corrode
Dove il suo mantello di scena una volta si muoveva fluente
Il violinista adesso va verso la strada
E scrive sul retro del camion del pesce che sta facendo il carico
che a tutti è stato restituito quello che gli spettava
Mentre la mia coscienza esplode
Le armoniche suonano tonalità scheletriche (3) e pioggia
E queste visioni di Johanna sono tutto ciò che rimane
(1) gergale per "droga"
(2) stato di tristezza e depressione
(3) forse un gioco di parole. "Skeleton keys" sono anche le chiavi vere e proprie, di quelle grosse soprattutto antiche.
(traduzione di Michele Murino)
Tante altre canzoni di Bob Dylan ospitano a loro volta New York, ma questa resta la mia preferita.
Ho buttato giù solo quello che ho provato fino ad ora, sono atterrato solo un giorno e mezzo fa.
P.S. Dimanticavo, come sempre, in ogni posto in cui vado, ho comprato una chitarra.
E scrivo.
Fa cosi freddo che la spruzzata di neve che la notte scorsa aveva imbiancato tetti e marciapiedi di 3 centimetri di neve fresca, si è tramutata in ghiaccio, e ad ogni metro percorso a piedi, col rischio di gelarti le mani, si odono grida di dolore provenienti da signore e signori di mezza età che ci scivolano sopra perdendo l'equilibrio ma non la dignità.
E' sempre adorabile starsene col muso all'insù ad ammirare la bellezza di certi palazzi della City. E oggi il vento tira cosi forte che è riuscito a spazzare via in un baleno lo smog e le nuvole che mi avevano accolto al mio arrivo.
C'è un'aria cosi pulita che i polmoni hanno più volte chiesto al cervello se non ci trovassimo a Madonna di Campiglio.
La colazione di questa mattina, in un ristorante francese arredato con classe, ha dato forze ed energie alle mie gambe, pronte a quei chilometri che irrimediabilmente si devono percorrere se vuoi davvero girare per i quartieri della Grande Mela senza un finestrino appannato a offuscarti la vista.
Peccato che Walter non ci sia, si sarebbe divertito, ma ha preferito rimanere a Bologna per mettersi avanti sul montaggio del video e su alcuni progetti paralleli, va beh, ci torneremo insieme.
Ogni volta che atterro negli U.S.A. vengo colto da uno strano dubbio, che ha il fascino di un limone colto acerbo, il dubbio di chi ama ed odia sempre tutto, non so voi, ma ciò che più amo è anche ciò che sempre mi fa più soffrire, che più mi destabilizza, e mi riempie il cervello di domande. E New York, che lasciai due anni fa in preda ad una crisi di pianto causata dalla fine di un amore, la città cioè che più di ogni altra al mondo mi ha riposizionato dove in quel momento volevo stare (all'asilo nido per intenderci), la città che mi ha rispedito a casa con la coda fra le gambe, dopo ben 9000 km attraverso l'Argentina, che non sono bastati a farmi Uomo, era un ricordo doloroso ma che aveva a che fare con il mio Cuore.
In questa città scrissi l'inedita (ma già suonata nel recente Tour con la Telefilmonic Orchestra) "Dev'essere cosi".
Ricordo che la scrissi in hotel, a notte fondissima, dopo aver visto il mio film preferito di sempre: "8 e mezzo", di Fellini.
"Si, dev'essere cosi, che tutto quel che abbiamo è un cuore
altrimenti non saresti qui..."
E ancora una volta, dopo aver vagabondato in giro a nervi tesi per il freddo, ed essermi rifugiato in un piccolo locale ben illuminato sulla Quinta, ho pensato, inevitabilmente, la stessa cosa.
Io sono un cuore.
New York mi mette sempre un dubbio, che nasce dall'impossibilità di comprendere, ogni volta, chi sia, l'uomo che vive a New York. E inevitabilmente, questa domanda senza risposta, mi porta davanti ad uno specchio. E la cosa bella, è che davanti a quello specchio, soprattutto a New York, mi vedo meglio.
In effetti questo è l' effetto che fanno quasi tutti i viaggi a quasi tutti gli esseri umani, ma New York è un pò come quei viaggi psichedelici che ti evidenziano uno stato d'animo: se sei felice, sa renderti entusiasta, se stai cercando Qualcosa che non trovi, sa farti sentire ancora più forte la Sua mancanza.
"Tutti cercano una soluzione, e gridano, sperando nell'arrivo di un dottore,
ma dentro a quelle pillole, risposte non ce n'è, non ti ho insegnato niente quando stavi insieme a me?"
Poco tempo fa in una puntata dei Simpson ho riso di gusto di fronte ad una critica (giusta a mio parere) che gli autori delle avventure della famiglia "in giallo" hanno evidenziato.
Bart stava guardando la televisione e al telegiornale lanciavano un servizio: "L'ultima moda: sprecare cibo!", e si vedevano persone sorridenti che gettavano nella spazzatura tacchini, frutta, pasta, verdura..."
Uno spasso per i miei occhi.
Io adoro quel cartone, (anche se preferisco South Park).
Questo per dirvi che gli stessi americani sono stati e sono i critici più severi nei confronti di loro stessi.
In effetti New York è un ristorante aperto 24 ore su 24 (come un cantautore), e allo stesso modo di un cantautore che consuma se stesso in cerca di vita, senza mai trovarla, perchè la vita è dentro di noi, quasi mai la fuori, allo stesso modo mi è sempre parso che New York consumi se stessa ed i suoi abitanti in cerca di qualcosa.
Ma se per un cantautore la benzina è dentro di sè, per New york la benzina è davvero nella quantità di luci che si accendono, nel numero di taxi che la popolano, nel numero di pizze ordinate, nel numero di carni macellate, nel numero di bambini felici a Natale. Insomma, il consumismo regna, ed è più o meno ben accetto da queste parti.
Questo fa si che New York sia ancora la "grande occasione" per tante persone. Una mia amica avvocato, che vive qui da un anno, proprio ieri sera è stata accettata ad un provino per fare la ballerina durante un tour di un sassofonista americano che con i suoi concerti attraverserà tutti gli U.S.A. fino al Giappone. La sua faccia era cosi felice mentre ne parlava! Si licenzia domani!
Qualche genitore forse storcerà il naso, ma questa è la riprova che dove bisogna "darsi da fare" per vivere le occasioni sono di più, la gente si da una mano (per carità, niente si da per niente, ne qui ne altrove), ma si ha la sensazione che per esistere a New York devi buttarti, giocare con lei, sfruttarla e (inevitabilmente) farti sfruttare.
No, la parola sfruttare non piace neanche a me. Ma non vorrei che ci nascondessimo dietro ad un dito.
Io preferisco di gran lunga l'Europa, la sua (e mia e nostra) Storia, i suoi tempi, la sua umanità, ma la verità è che in Europa, (soprattutto chi?) abbiamo sempre avuto il mito dell'America, senza averne però alcuni degli ideali che l'hanno formata. Mi correggo, forse alcuni di questi ideali sono andati lentamente smarriti durante/dopo le grandi abbuffate che hanno caratterizzato in parte alcuni dei decenni passati.
La differenza tra un film d'azione natalizio che approda nei nostri grandi schermi, e la realtà della strada qui a New York non è molta. I colori sono gli stessi. I suoni e d i rumori, idem.
Esci da un ristorante e ti senti coinvolto in un film drammatico che affronta realtà sociali in difficoltà, fai duecento metri e al passaggio di un cane con le Adidas alle zampe (GIURO!!) non puoi fare a meno di sorridere e ti catapulti in una commedia sentimentale da prima visione su Italia Uno. Guardi in cielo e ti riimmergi nelle terrificanti immagini dell'11 Settembre. Sali in camera e le migliaia di finestre accese e stracolme di uffici, computer, sedie, tavolini, fermacarte, ti fa venire in mente quei telefilm moderni in cui furbi autori ironizzano sulla vita stressante di chi lavora in ufficio. Se il tuo sguardo atterra sul ponte di Brooklyn vieni colto da un'improvvisa dipendenza da Woody Allen.
Israeliani che ti tagliano i capelli, ispanici e Italiani che ti servono da bere, ebrei che vendono camere digitali o vestiti firmati, Irlandesi, polacchi, indiani, russi, africani, ognuno ha un suo posto, e ognuno ha una dignità (a prima vista). Quella dignità che permette alla macchina di stare in moto. Quella stessa dignità che rende la città terribile, ma accogliente, grande, immensa, ma anche Tua.
E i vantaggi per un musicista come me sono evidenti. Un solo esempio: accendi la radio e la scelta è infinita.
Questo è il testo di una canzone di Bob Dylan, uno dei miei più grandi idoli, in cui si respirano le atmosfere che forse sono un po' lontane da quelle che posso respirare io, ospite dell'Hotel Hilton. Ma l'ultima volta che sono stato qui ho vissuto in un piccolo monolocale in affitto nell'East Village (dove ho finito "dev'essere cosi"), in cerca di queste parole, che mi hanno senza dubbio "segnato", perchè le canzoni di Bob Dylan, sembrano sogni, ma sono reali come il freddo che le avvolge.
Io a New York respiro Dylan. E con questo so di sminuirla, per quante anime artistiche abbia ospitato in passato e per quanti creativi e artisti di ogni genere ospiti anche adesso.
La canzone si chiama VISION OF JOHANNA
Ain't it just like the night to play tricks when you're tryin' to be so quiet ?
We sit here stranded, though we're all doin our best to deny it
And Louise holds a handfull of rain, tempting you to defy it
Lights flicker from the opposite loft
In this room the heat pipes just cough
The country music station plays soft
But there's nothing really nothing to turn of
Just Louise and her lover so entwined
And these visions of Johanna that conquer my mind.
In the empty lot where the ladies play blindman's bluff with the key chain
And the all-night girls they whisper of escapades out on the D-train
We can hear the night watcman click his flashlight
Ask himself if it's him or them that's really insane
Louise she's all right she's just near
She's delicate and seems like the mirror
But she just makes it all too concise and too clear
That Johanna's not here
The ghost of electricity howls in the bones of her face
Where these visions of Johanna have now taken my place.
Now, little boy lost, he takes himself so seriously
He brags of his misery, he likes to live dangerously
And when bringing her name up
He speaks of a farewell kiss to me
He's sure got a lotta gall to be so useless and all
Muttering small talk at the wall while I'm in the hall
Oh, how can I explain ?
It's so hard to get on
And these visions of Johanna they kept me up past the dawn.
Inside the museums, Infinity goes up on trial
Voices echo this is what salvation must be like after a while
But Mona Lisa musta had the highway blues
You can tell by the way she smiles
See the primitive wallflower freeze
When the jelly-faced women all sneeze
Hear the one with the mustache say, "Jeeze
I can't find my knees"
Oh, jewels and binoculars hang from the head of the mule
But these visions of Johanna, they make it all seem so cruel.
The peddler now speaks to the countess who's pretending to care for him
Saying, "Name me someone that's not a parasite and I'll go out and say a prayer for him"
But like Louise always says
"Ya can't look at much, can ya man "
As she, herself prepares for him
And Madonna, she still has not showed
We see this empty cage now corrode
Where her cape of the stage once had flowed
The fiddler, he now steps to the road
He writes ev'rything's been returned which was owed
On the back of the fish truck that loads
While my conscience explodes
The harmonicas play the skeleton keys and the rain
And these visions of Johanna are now all that remain.
La traduzione recita:
E' questa la notte per far scherzi quando provi a restartene lì, tranquillamente?
Ce ne stiamo qui seduti ed arenati sebbene tutti cerchiamo di fare del nostro meglio per negarlo
E Louise tiene un pugno di pioggia (1), e ti tenta alla sfida
Luci brillano debolmente dall'appartamento di fronte
In questa stanza i termosifoni tossiscono
La radio di musica country suona dolcemente
Ma non c'è nulla, veramente nulla da spegnere
C'è solo Louise assieme al suo innamorato, così intrecciati
e queste visioni di Johanna che conquistano la mia mente
Nel terreno vuoto dove le signore giocano a moscacieca con catene di chiavi
E le ragazze della notte sussurrano di fughe su treni della linea "D"
Possiamo sentire il guardiano notturno accendere la sua torcia elettrica
e chiedersi se è lui o loro ad esser pazzi
Louise sta bene, è lì vicina
Delicata come uno specchio
Ma la fa troppo breve e troppo facile
che Johanna non è qui
Il fantasma dell'elettricità urla nelle ossa del suo viso
Dove queste visioni di Johanna ora hanno preso il mio posto
Adesso il bimbo sperduto si prende troppo sul serio
Si vanta della sua povertà, gli piace vivere pericolosamente
e quando fa il nome di lei
parla di un bacio d'addio per me
Ha davvero una faccia tosta ad essere così inutile
Bofonchia del più e del meno al muro mentre io sono nella sala
Come posso spiegare?
Oh, è così difficile andare avanti
E queste visioni di Johanna mi tengono sveglio oltre l'alba
Nei musei l'Infinito viene giudicato
Eco di voci che dicono che questa deve in qualche modo essere la salvezza
Ma Monna Lisa deve avere il "blues dell'autostrada" (2)
lo si capisce dal modo in cui sorride
Guardo la primitiva violacciocca ghiacciare
mentre le donne dalla faccia di gelatina starnutiscono
Quello coi baffi dice "Dio mio non trovo più le ginocchia"
Oh, gioielli e binocoli pendono dalla testa del mulo
Ma queste visioni di Johanna rendono tutto così crudele
Ora il venditore ambulante parla alla contessa che fa finta di ascoltarlo
Dice: "Fammi il nome di qualcuno che non sia un parassita ed andrò a dire una preghiera per lui
Ma come dice sempre Louise "Non sei un buon osservatore, vero ragazzo?"
E lei, proprio lei, si prepara per lui
E Madonna, non si vede ancora
Guardiamo questa gabbia vuota che ora si corrode
Dove il suo mantello di scena una volta si muoveva fluente
Il violinista adesso va verso la strada
E scrive sul retro del camion del pesce che sta facendo il carico
che a tutti è stato restituito quello che gli spettava
Mentre la mia coscienza esplode
Le armoniche suonano tonalità scheletriche (3) e pioggia
E queste visioni di Johanna sono tutto ciò che rimane
(1) gergale per "droga"
(2) stato di tristezza e depressione
(3) forse un gioco di parole. "Skeleton keys" sono anche le chiavi vere e proprie, di quelle grosse soprattutto antiche.
(traduzione di Michele Murino)
Tante altre canzoni di Bob Dylan ospitano a loro volta New York, ma questa resta la mia preferita.
Ho buttato giù solo quello che ho provato fino ad ora, sono atterrato solo un giorno e mezzo fa.
P.S. Dimanticavo, come sempre, in ogni posto in cui vado, ho comprato una chitarra.
E scrivo.
